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lunedì, Luglio 22, 2024

SAPERNE DI PIU’: FOCUS SUI DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE

Dopo il nostro articolo dedicato al rapporto tra mondo della moda e dei social e Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) abbiamo ricevuto moltissime domande e richieste di approfondimento su questi disturbi, di cui sembrano soffrire così tante giovani donne….. Per questo abbiamo nuovamente incontrato il dottor Armando Cotugno, psichiatra tra i maggiori esperti del problema, per aiutarci a capire di più questo fenomeno….

Dopo il nostro articolo dedicato al rapporto tra mondo della moda e dei social e Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) (La moda e la taglia 38: quale relazione con i disturbi del comportamento alimentare?), abbiamo ricevuto moltissime domande e richieste di approfondimento su questi disturbi, di cui sembrano soffrire così tante giovani donne…..

Per questo abbiamo nuovamente incontrato il dottor Armando Cotugno, psichiatra tra i maggiori esperti del problema, per aiutarci a capire di più questo fenomeno….

Dottor Cotugno, è vero che i casi di DCA sono in aumento? Ci può dare qualche dato epidemiologico e statistico al riguardo?

I DCA riguardano il 4-5% della popolazione generale. L’8% degli adolescenti ne è colpito. Il rapporto maschi/femmine rimane invece stabile, circa 1 a 10.

In effetti, per quanto riguarda la prevalenza, i casi di  DCA appaiono decisamente aumentati negli ultimi 20 anni, l’esordio si è abbassato ai 10-14 anni, la maggioranza dei casi ormai compare alle scuole medie. La buona notizia, però, è che non è vero che i DCA evolvono sempre, e  tutti,  verso una cronicità: ben il 75% va incontro a una remissione sintomatologica. 

Ecco perché appare fondamentale che l’intervento terapeutico sia precoce, specifico, multiprofessionale (cioè condotto in collaborazione da più professionisti, con diverse competenze), non genericamente “psicoterapeutico” , ma specificamente diretto e dedicato alla cura del sintomo, pragmatico e finalizzato al miglioramento del comportamento alimentare. Su questo concordano ormai tutte le linee guida internazionali.

Il sesso femminile è ancora quello più interessato?

Sì, è vero, e questo avviene soprattutto per fattori culturali di cui abbiamo già parlato nella precedente intervista, ma anche perché la massa grassa delle donne, nel periodo postpuberale, aumenta in proporzione maggiore rispetto a quel che avviene nel sesso maschile, interessato da una crescita prevalentemente muscolare.

Un aspetto che colpisce è che non ci siano grandi differenze tra maschi e femmine per quanto riguarda la sintomatologia, che consiste sempre in un controllo sul corpo attraverso la ricerca della magrezza e della forma come sostegno all’autostima e come prova di forza e di capacità. 

Quel che cambia è soprattutto la cosiddetta comorbilità, cioè la presenza concomitante di altri disturbi psichiatrici oltre all’anoressia: i maschi che sviluppano anoressia  sembrano infatti più malati dal punto di vista psicopatologico, presentando spesso anche disturbi dell’umore e dell’ideazione, spesso di tipo psicotico.

Quali sono considerati i principali fattori di rischio per l’insorgenza di questi disturbi? Sono riconosciute delle cause? 

Viene riconosciuta una origine multifattoriale, sono cioè molti e diversi i fattori considerati indici di rischio, di vulnerabilità, quelli che insomma sembrano accompagnarsi a un aumento della probabilità di sviluppare un DCA: l’obesità infantile, innanzitutto, e poi la presenza di un DCA nella madre o nei familiari di questa, senza dimenticare i rapidi cambiamenti culturali del mondo adolescenziale, cui abbiamo accennato durante lo scorso incontro. 

L’adolescenza in sé costituisce un fattore di rischio, perché ogni adolescente trascorre del tempo  davanti allo specchio, ricercando un’immagine corporea costitutiva dell’immagine di sé. A chi di noi non è accaduto durante gli anni della propria crescita!

Negli anni ’70 e ’80 si parlava molto di fattori familiari all’origine del disturbo. Questo rimane vero?

In realtà non conosciamo nessun problema familiare che sia capace da solo, e con certezza, di far esordire un DCA, ma sappiamo invece quanto i fattori familiari siano in grado di agire sul mantenimento del disturbo, più che sulla sua insorgenza.

La presenza di una malattia così particolare, e a volte grave, come l’anoressia, infatti,  fa comprensibilmente attivare  la paura della morte della ragazza, nei genitori. Di fronte a questo, i genitori reagiscono sostanzialmente in due modi:  o riescono davvero a essere di aiuto mettendo in atto un accudimento che rimane incoraggiante, fermo e tranquillo, oppure mostrano un ipercoinvolgimento emotivo che consiste di fatto nel cercare di “aggredire” quella che viene percepita come “la causa” del pericolo, e cioè la ragazza stessa con il suo atteggiamento di rifiuto del cibo, ed  ecco allora le minacce, l’evitamento, l’ostilità, la rabbia, ma anche le preghiere, le suppliche e la sottomissione dei genitori ai figli “purchè tornino a mangiare!”. 

Quest’ultimo tipo di risposta – ahimè del tutto comprensibile e “umana” – non migliora però la situazione, ma anzi la peggiora rapidamente. Ecco perché i genitori vanno sempre aiutati,  coinvolti e invitati a partecipare attivamente al trattamento.

Va ricordato e ribadito come, aldilà di ogni possibile “causa” che spieghi l’avvio del disturbo, la malattia è poi sostenuta da una sorta di automatismo indipendente, sempre più scollegato dal controllo decisionale che la ragazza può mettere in atto; in altre parole esiste un vero e proprio automantenimento del disturbo: quando si smette di nutrirsi adeguatamente, poi davvero non si riesce più a mangiare!

Esiste una correlazione con i traumi infantili? Di quale tipo?

Esiste un chiaro rapporto dei DCA con gli eventi traumatici vissuti durante l’infanzia e l’adolescenza; i traumi rappresentano dei fattori di rischio certi e conosciuti: circa il 30% delle ragazze con DCA ricorda di aver vissuto almeno alcune di quelle che in psicologia vengono chiamate Esperienze Sfavorevoli Infantili: maltrattamenti, trascuratezza emotiva o fisica, perdita di contatto con un genitore biologico (anche per separazioni familiari traumatiche o divorzi), oppure affermano di essere state testimoni di violenza domestica o vittime di molestie e abuso sessuale, esperienze che sappiamo quanto spesso finiscano per accompagnarsi  a un senso di  disgusto e di disprezzo verso il proprio corpo. 

Lo stesso vomito sembra spesso ricordare il tentativo di eliminare il senso di disgusto verso di sé, verso  il proprio corpo e le proprie sensazioni somatiche. 

A quali segnali i genitori degli adolescenti devono fare attenzione? 

Innanzitutto devono fare attenzione alle variazioni del comportamento alimentare: una tendenza restrittiva rappresenta già un segnale importante, senza dimenticare l’alzarsi da tavola per andare in bagno (in genere per andare a vomitare di nascosto), oppure lo spezzettamento e lo sminuzzamento continuo degli alimenti, o un aumento importante del tempo impiegato per consumare i pasti, così come una selettività crescente che tende a escludere totalmente alcuni tipi di cibo (prima via la pasta, il pane,  e poi via anche  l’olio e i condimenti etc.) e che viene in genere  giustificata dalle ragazze in termini salutisti, di igiene alimentare, “ortoressici”.

Quali consigli possiamo dare al riguardo?

Per prima cosa cercare di contenere questi comportamenti. Purtroppo quasi sempre si attivano nel genitore  una rabbia e una preoccupazione che rendono del tutto inefficace il comportamento genitoriale.

Poi, direi che va prontamente informato il Medico di Medicina Generale, e infine contattate le Associazioni di genitori come FeniceLazio Onlus www.fenicelazioonlus.org  o il Coordinamento nazionale delle onlus www.disturbialimentarionline.it che collega diverse associazioni sul territorio nazionale, che si occupano di dare sostegno, informare e guidare i genitori che abbiano figli con questo problema, come http://www.consultanoidca.it/index.php    o   http://consultanoi.weebly.com

Quale lo stato attuale delle terapie? L’EMDR  può essere una terapia efficace nei DCA?

La terapia va personalizzata, ritagliata sul singolo caso, tenendo conto dell’età, della durata della malattia e della sua gravità (a cominciare dal grado di compromissione medica). Non esiste un unico protocollo di intervento che sia  valido sempre e per tutti. 

Sicuramente molto importante è il coinvolgimento della famiglia come risorsa fondamentale (mentre assolutamente controproducente risulta essere  la cosiddetta. “parentectomia”, che tende a separare forzosamente le anoressiche dai propri genitori, perché in realtà tratta gli effetti della malattia sulla famiglia, e cioè la comunicazione distorta, la difficoltà di accudimento etc. come fossero queste  la causa della stessa). 

La ricerca ha mostrato l’efficacia dei trattamenti centrati sulla famiglia in grado di aumentare l’empowerment genitoriale, appare infatti fondamentale aiutare i genitori a tornare a essere adulti capaci di accudire e intervenire efficacemente in una situazione di grande difficoltà e quindi a farsi carico di un bisogno (l’alimentazione) che la figlia non riesce più a perseguire in maniera autonoma e adeguata.

L’inizio del trattamento deve essere il più possibile pragmatico e teso al ripristino di un peso sufficiente e di un comportamento alimentare più normale.

Poi, possiamo aspettarci che “in corso d’opera” emergano delle attivazioni emotive e delle problematiche che andranno affrontate e risolte anche con interventi di ristrutturazione cognitiva, per esempio chi viene da eventi e condizioni  traumatiche dovrà elaborare  la propria storia e quindi  l’EMDR (di cui abbiamo già parlato su queste stesse pagine, Nota del Redattore ) rappresenterà senz’altro un trattamento utile.

Per chi ha problemi di disturbo dell’immagine corporea il corpo diventa il coagulo su cui si fonda l’autostima personale, che viene caricato di significati distorti, in altre parole i pazienti diventano non più capaci di decifrare correttamente l’esperienza cinestesica, le sensazioni e gli stimoli che provengono dal corpo,  quindi diventano importanti anche gli interventi riabilitativi che lavorino su questo aspetto particolare: insomma si comincia dal sintomo e poi si arriva ad affrontare i blocchi attraverso tecniche esperienziali che aumentino la capacità di osservare, conoscere con un atteggiamento senza giudizio (come quello proposto dalle tecniche mindfulness e dall’EMDR) e descrivere emotivamente le sensazioni somatiche. 

Il corpo, a poco a poco, riacquista autonomia rispetto alla immagine di sé e del proprio valore. Infine, l’EMDR viene utilizzato nuovamente anche per elaborare le esperienze e le memorie connesse al comportamento bulimico e  anoressico.

Antonio Onofri e Riccardo Onofri

Alcuni consigli di lettura:

BALBO M (2019): Cibo amico, cibo nemico. Un interminabile conflitto. EMDR: la soluzione possibile. Mimesis, Milano;

ONOFRI A, ONOFRI M (2017): Per un nuovo approccio mente/corpo e corpo/mente: i risultati dello studio ACESs. In: C. La Rosa e A. Onofri: Dal basso in alto (e ritorno). Nuovi approcci bottom-up: psicoterapia cognitiva, corpo, EMDR. ApertaMenteWeb, Roma;

LOCK J e LE GRANGE D (2018): Anoressia nervosa. Manuale per il trattamento basato sulla famiglia. Edizione italiana a cura di Armando Cotugno, Giovanni Fioriti Editore, Roma.

Vuoi saperne di più? vai su www.ciocheminutremidistrugge.com

Riccardo Onofri
Riccardo Onofri
Riccardo Onofri. Politologo. Classe 1993. Si è laureato in Relazioni Internazionali alla Luiss di Roma con una tesi sugli aspetti religiosi della rivalità tra Iran e Arabia Saudita. Da sempre appassionato di sociologia delle religioni, non si tira mai indietro dall’approfondire l’argomento “in prima persona”... con conseguenze a volte inaspettate! Nel tempo libero gioca a ultimate frisbee.

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